Accendo il computer. Documento nuovo. Cursore lampeggiante. Sorseggio un caffè. Mi accendo una sigaretta. Scrivo una mezza pagina. Ho bisogno di un altro caffè e di un’altra sigaretta. Ancora una sigaretta. Un brano di musica. Una sigaretta. Un caffè. Il foglio bianco è una piazza. Agorafobia. Come si chiama? Blank Page Syndrome.
Decido di uscire. Magari due passi all’aria aperta mi faranno bene. Guardo i volti della gente. Mi siedo al tavolino di un bar. Chissà forse spero di incontrare uno dei miei personaggi. Quello che conosce tutta la storia, perché l’ha raccontata mille volte seduto al tavolino di un bar. Spero che mi raggiunga, mi dia un colpetto sulla spalla e mi dica: “Amico sei un po’ nei casini eh? Nessun problema. Offrimi da bere e ti racconterò tutta la faccenda.”
Mi volto. Un uomo sui cinquant’anni, 180 cm d’altezza, capelli arruffati e barba di una settimana mi guarda con un sorriso amichevole dal quale pende una sigaretta appena accesa. Gli occhi sono nascosti dietro un paio di Ray-Ban da elicotterista dalle lenti a specchio. Ha una camicia tempestata di macachi arancioni aggrappati a palme. Un paio di bermuda mimetici e ai piedi delle infradito arancio fosforescente. Le unghie dei piedi, però, sono ben curate.
– Ci conosciamo? – dico.
– Beh, in un certo senso sì. Guardami bene.
Lo fisso. Lui intanto si siede di fronte a me.
– Mi dispiace, non riesco a ricordare dove ci siamo già incontrati. – dico.
– Si potrebbe dire che sono tuo figlio.
Ok. Io ho quarantadue anni quindi o lui è un bambino di dieci anni rovinato dagli stravizi o è un pazzo.
– Non sono un pazzo, se è quello che stai pensando.
Il barista arriva. Mette sul tavolo un caffè per me e un bicchiere con del whisky per il tipo. Alle nove del mattino. Forse farebbe bene anche a me una scarica di alcol. Ma l’unico vizio che ho è il fumo. È un’eredità di famiglia. Mia madre e mio padre non uscivano di casa se non avevano almeno due pacchetti in tasca, anche se stavano uscendo per andare a comprare le sigarette. Il mio interlocutore si beve d’un fiato il whisky.
– Scusi, non ho molta voglia di giocare agli indovinelli. Le offro il whisky ma adesso vorrei restare solo.
– Ma davvero non mi riconosci?
– No.
– Allora dammi un minuto e ascolta questo.
“Bermuda mimetici troppo stretti in vita, camicia sovraffollata di palme e macachi che si abbuffano di frutti rossi. Infradito arancio fluorescente. Occhiali da elicotterista con lenti verde bottiglia. Capelli lunghi, grigi e arruffati. Barba di una settimana, più bianca che grigia. Una busta di plastica con il logo del Centro Commerciale che pende dalla mano sinistra.
Quell’immagine appariva e scompariva al ritmo che la gente, uscendo con i carrelli della spesa, imponeva alla grande vetrata scorrevole del Centro Commerciale. Io ero ancora dentro, inchiodato a meno di un paio di metri dall’Uscita.
Nella tasca dei bermuda strinsi forte le chiavi della mia auto, come se fossero un talismano. Settore 6, parcheggio 13 continuavo a ripetermi come un mantra capace di liberarmi dalla paralisi che mi strangolava.
Il sole d’agosto spandeva sul tutto il parcheggio una luce tagliente. Ad aspettarmi c’era un pianeta straniero e inospitale. Un posto che avrei dovuto affrontare con una tuta spaziale e invece ero vestito come uno spacciatore di cocaina, protagonista di un B-Movie giapponese.”

Ti dice niente?
Era l’incipit del romanzo che volevo scrivere. E lui era il personaggio principale. E stava seduto proprio di fronte a me. Mi accesi una sigaretta. Non era possibile.
– Sì sono proprio io. In carne e ossa o meglio in carta e inchiostro. Che ti succede vecchio mio?
– Mi sono bloccato.
– Bloccato un corno! Hai buttato giù una polaroid e hai sperato che diventasse un film. Che cosa sai di me? Niente. Non sai da dove arrivo e non sai neanche dove sto andando. Perché sto per avere una crisi di panico? Vedi, il blocco dello scrittore o, come dicono i fighi, la Blank Page Syndrome non esiste. Esiste l’ignoranza dell’argomento che vuoi trattare. Hai letto abbastanza?
Hai ascoltato abbastanza? Hai visto abbastanza? Hai abbastanza disciplina?
Un conto è scrivere la biografia di un passante un altro è scrivere quella di un amico. Quindi adesso ti alzi da questa sedia, vai a casa, ti siedi davanti al computer e scrivi cercando di scoprire tutto di me, dal mio pregio più grande alla mia più piccola paura. Tutto. Vedrai dopo sarà tutto un po’ più facile.

Si è alzato e se ne è andato.
Io sono tornato a casa, mi sono seduto davanti al computer, ho chiuso gli occhi ho mollato la polaroid e ho impugnato la cinepresa.

Call Now Button