Wallwriting: lo storytelling nato con l’uomo

da | Ago 29, 2017 | Writing & Copywriting | 0 commenti

Scrivere sui muri è un’arte primitiva

Quando il graffito imbratta non è giustificabile, ma se trasforma un muro in un racconto, una protesta civile, un espressione di ironia allora, secondo me, si trasforma in arte metropolitana.

Lasciare traccia di sé

Wallwriting è il desiderio insopprimibile di raccontare, di manifestare la propria presenza e la propria visione del mondo. Dalle frasi e dai disegni più sconci e triviali agli affreschi che, secondo me, abbelliscono e valorizzano zone fortemente depresse e rallegrano vie fin troppo affettate.

 

Wallwriting: il tatuaggio della città

 Ammetto che mi piacerebbe una città con i muri personalizzati da artisti di strada. Sarebbe come passeggiare fra migliaia di storie, un incrociarsi di vie e vite che raccontano, ci trasportano in territori fantastici e stimolano la nostra fantasia. I muri sarebbero la pelle della città, arabescata da tatuaggi variopinti.
Il wallwriting è figlio, o padre, dello storytelling. Nasce ancor prima della parola, nel buio delle caverne primitive. Ne subisco il fascino, lo stesso fascino della letteratura, della musica, delle arti figurative canoniche, del cinema.

 

Senza storytelling non esisteremmo

Oggi storytelling è una parola usata ed abusata tanto da farlo sembrare un fenomeno modaiolo quando invece è radicato nel più profondo delle nostre coscienze, è l’aria che riempie i polmoni della nostra storia di esseri umani. Senza le storie non saremmo altro che sacchi vuoti e frigidi.

 

Senza lo storytelling non esisterebbe neanche l’amore.

 

Che siano scritte sui muri, sulla carta, sulla tela, sul pentagramma, sulla celluloide, le storie sono il nostro nutrimento e non potremo mai farne a meno.

Tanto per conoscenza date un’occhiata alle opere di Banksy e immaginate la vostra città pullulare di storie.